Questo freddo mi fa proprio bene!", diceva un pupazzo di neve. "È proprio vero che un buon vento pungente fa risuscitare anche i morti! E guarda quel tipo!", diceva, rivolto al sole, che stava tramontando, "Cos'avrà da fissarmi? Beh, non riuscirà a farmi sbattere le palpebre! Continuerò a tenere le tegole aperte, io!"
Diceva così perché i suoi occhi erano fatti con due pezzetti di tegola, mentre la bocca era un vecchio rastrello spuntato: per questo si poteva dire anche che avesse i denti. Era nato tra gli "Urrà!" di un gruppo di ragazzi: la sua nascita era stata salutata da squilli di campanelli e schiocchi dei frustini da slitta.

C'era una volta, e c'é ancora adesso, un angelo custode. Era un angelo come tanti altri, ma era molto triste perchè era custode e protettore di un bambino così discolo che non si era mai visto, si chiamava Paolo. Paolo era svogliato, disubbidiente, qualche volta cattivo e tutte le volte il suo angioletto si disperava e non sapeva più come fare per trattenerlo. Finché un giorno ebbe un'idea grandiosa. Chiese un colloquio con Dio e quando si trovò alla sua presenza espose la sua proposta. Chiese il permesso di scendere sulla terra e di parlare con Paolo sicuro in questo modo di riuscire a convincerlo a cambiare vita. Dio ci pensò un po' su ed infine accordò all'angioletto il permesso di fare quest'ultimo tentativo, ma con la promessa di non toccare la terra con i piedi, altrimenti non avrebbe più potuto risalire in cielo.
Narra una leggenda africana che, all'origine del mondo, l'elefante aveva la statura degli altri animali, nonostante ciò era il più prepotente, voleva comandare su tutti ed essere servito e riverito come un re. Gli abitanti della savana, stanchi delle sue prepotenze, si riunirono di nascosto in assemblea e dissero: - Non vogliamo più sopportare le angherie dell'elefante, tutti noi viviamo nel terrore, ogni protesta e ogni ragionamento non sono serviti a niente. E' ora che facciamo qualcosa per fargli capire le nostre ragioni. Discussero a lungo fino a che, di comune accordo, decisero di dargli una sonora lezione. Invitarono il prepotente in un'ampia radura dove gli avevano apprestato un ricco banchetto per abbonirlo e per tenerlo occupato.
All’indomani della separazione tra il cielo e la terra, vivevano nel firmamento nove draghi giganteschi che venivano sovente a divertirsi tra le nuvole multicolori. Quando questi nei loro giochi si avvicinavano alla terra, tutto ciò che la copriva si disegnava sotto i loro occhi: le montagne, i fiumi, gli alberi, le piante, gli animali… Un giorno, furono affascinati da una gemma che sulla terra brillava di tutti i suoi bagliori ora rossi, ora verdi, ora violetti. Come era magnifica! La natura aveva voluto che i draghi avessero un debole per le pietre preziose, e così si precipitarono facendo a gara su questo tesoro per appropriarsene. Ma, cosa strana, la pietra che vedevano così bene dal cielo, scomparve al loro arrivo sulla terra, sommersa nell’immensa foresta. Non volendo ritornare a mani vuote, i draghi restarono per continuare le loro ricerche. Il tempo passava senza che se ne accorgessero, e a forza di persistere nella ricerca di questo gioiello, finirono per metamorfizzarsi nel fiume Lancang.
Un topo, un topo un po' tonto, che abitava in un campo, si stufò un giorno della sua casa; lasciò il podere, i covoni di grano, il suo buco e si mise a viaggiare. - Com'è grande il mondo! Com'è spazioso! - esclamò appena uscito dal paese. - Guarda; laggiù ci sono gli Appennini; lì c'è il Caucaso... Per lui un mucchietto di terra sollevata dalle talpe era una montagna. Dopo qualche giorno, il viaggiatore arrivò a una spiaggia sulla quale il mare aveva lasciato un gran numero di ostriche. In principio, appena le vide, il nostro topo credette che fossero dei grossi bastimenti e disse: - Mio padre era proprio un gran poveraccio!
Il viaggio da Tatamura alla terra: TATAMURA, la città più bella e buona di tutto L’universo. (Dedicata alla mia Miu’con infinito AMORE) e a tutti i bambini del mondo
Tu conosci certamente il folletto, ma conosci anche la signora, la moglie del giardiniere? Lei era istruita, recitava versi, e ne scriveva lei stessa con grande facilità; soltanto le rime per "far baciare i versi", come diceva lei, le davano un po' di problemi. Lei sapeva scrivere e parlar bene, avrebbe potuto benissimo diventare pastore o almeno moglie di un pastore. "La terra è bella nel suo abito della festa!" disse, e quel pensiero l'aveva messo in bello stile con la rima baciata, e l'aveva sviluppato in una lunga e bellissima canzone. Il maestro di scuola, il signor Kisserup, ma il nome non ha importanza, era un suo nipote ed era venuto in visita; ascoltò la poesia della zia, e questo gli fece bene, disse, veramente bene al cuore.